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NIKA – IL SEGRETO DEL TRENO DELLE 19:40 ❤️


di TsNickla
20.10.2026    |    448    |    1 9.2
"«Perché?» «Quei messaggi!» «Volevo soltanto sapere se avevi trovato il biglietto..."
Nika sono io così mi faccio chiamare sui social per rimanere in anonimato .
Non avevo programmato nulla per quella sera.
A volte le avventure più belle cominciano davanti a uno specchio, quando una donna osserva il proprio riflesso e decide che, almeno per qualche ora, vuole dimenticare le paure e concedersi il piacere di vivere.
Erano quasi le diciotto.
Avevo trascorso buona parte del pomeriggio in casa, ascoltando musica e guardando distrattamente il telefono. Fuori il cielo cominciava a cambiare colore e io sentivo crescere dentro di me una voglia difficile da spiegare.
Volevo uscire.
Ma non un'uscita qualsiasi.
Volevo uscire come Nika.
Aprii l'armadio e rimasi qualche minuto a osservare i vestiti. Scelsi una gonna nera appena sopra il ginocchio, una camicetta color crema, collant velati e scarpe con un tacco elegante.
Mi sedetti davanti allo specchio.
Il trucco richiese più tempo del previsto. Sistemai i capelli, applicai un rossetto rosso scuro e indossai un piccolo paio di orecchini.
Quando mi alzai, mi osservai dalla testa ai piedi.
«Signorina Nika, stasera vuole proprio combinare qualche guaio?» dissi sorridendo.
La verità era che avevo paura.
Non dei vestiti.
Non dei tacchi.
Avevo paura degli sguardi, delle risatine, delle domande indiscrete.
Ma quella sera decisi che la paura non avrebbe scelto al posto mio.
Presi la borsetta e uscii.
Il treno delle 19:40 mi avrebbe portata a Bari.
Non avevo appuntamenti e non aspettavo nessuno. Volevo soltanto passeggiare, guardare le vetrine illuminate e magari fermarmi a bere qualcosa.
Quando il treno arrivò, salii e cercai un posto vicino al finestrino.
Sistemai la gonna sulle ginocchia, appoggiai la borsetta accanto a me e osservai le luci della stazione allontanarsi lentamente.
Fu allora che notai un uomo.
Era seduto dall'altra parte del corridoio.
Avrà avuto una quarantina d'anni, forse qualcuno in più. Capelli scuri con qualche filo grigio, giacca blu, camicia chiara e un orologio elegante.
Mi guardò per un istante.
Poi sorrise.
Io distolsi lo sguardo.
Dopo qualche minuto sentii la sua voce.
«Mi scusi, questo treno arriva a Bari Centrale?»
«Sì, certamente.»
«Meno male. Per un momento ho pensato di aver sbagliato.»
Sorrisi.
«Sarebbe stato un bel problema.»
«Dipende. Magari avrei scoperto un posto interessante.»
Aveva un modo di parlare tranquillo, con una leggera ironia.
«Mi chiamo Andrea», disse.
«Nika.»
«Piacere, Nika.»
Mi colpì il modo in cui pronunciò il mio nome.
Semplice.
Naturale.
Senza esitazioni.
Cominciammo a parlare.
Andrea mi raccontò di lavorare nel settore alberghiero e di essere diretto a Bari per un appuntamento.
Io gli dissi che mi occupavo di grafica e che, nel tempo libero, amavo scrivere.
«Che cosa scrive?»
«Racconti.»
«Romantici?»
«Non sempre.»
«Allora anche racconti un po' piccanti?»
Lo guardai sorridendo.
«Dipende da quanto è curiosa la persona che me lo domanda.»
Andrea scoppiò a ridere.
«Allora devo stare attento.»
«Molto attento.»
Il viaggio continuava e io mi sentivo sempre più a mio agio.
A un certo punto Andrea mi disse:
«Posso farle un complimento?»
«Se è educato, certamente.»
«È molto elegante. Ma soprattutto ha un sorriso bellissimo.»
Abbassai gli occhi.
«Grazie.»
«Non deve ringraziarmi. È soltanto quello che penso.»
Sentii un piccolo brivido.
Era da tanto tempo che un complimento non mi faceva quell'effetto.
Dopo qualche minuto decisi di andare in bagno.
Avevo bisogno di controllare il trucco e, soprattutto, di calmare quel cuore che sembrava aver dimenticato come si batte normalmente.
Presi la borsetta e attraversai il vagone.
Il bagno era piccolo, illuminato da una luce bianca che non perdonava nulla.
Chiusi la porta e mi guardai allo specchio.
Il rossetto era ancora perfetto.
Mi sistemai una ciocca di capelli e controllai la gonna.
Il treno oscillò leggermente e dovetti appoggiarmi al lavandino.
«Nika, ma che cosa ti prende?» sussurrai.
Mi venne da ridere.
Ero uscita per trascorrere una serata tranquilla e adesso mi ritrovavo emozionata per uno sconosciuto incontrato su un treno.
Poi sentii bussare.
«Occupato!»
Un istante di silenzio.
«Nika?»
Riconobbi la voce.
Andrea.
«Andrea?»
«Mi scusi se la disturbo. Credo che abbia perso qualcosa.»
Guardai immediatamente nella borsetta.
Il portafoglio non c'era.
Aprii la porta.
Andrea era davanti a me, con il mio piccolo portafoglio rosso tra le dita.
«Era vicino al suo sedile.»
«Oddio, grazie!»
Allungai la mano.
Le nostre dita si sfiorarono.
Un contatto brevissimo.
Ma sufficiente a farmi arrossire.
Andrea se ne accorse.
«Tutto bene?»
«Sì... soltanto un po' emozionata.»
«Per il viaggio?»
Lo guardai.
«Forse per la compagnia.»
Sorrise.
«Allora torno al mio posto prima di farle perdere anche la borsetta.»
Ridemmo entrambi.
Mi lasciò libera di richiudere la porta e tornò nel vagone.
Rimasi ancora qualche secondo davanti allo specchio.
Mi osservai negli occhi.
Quella donna riflessa sembrava diversa.
Non perché fosse cambiato qualcosa nel trucco o nei vestiti.
Era diverso il suo sorriso.
Quando tornai al mio posto, Andrea aveva acquistato due bottigliette d'acqua.
«Una è per lei.»
«Mi sta già viziando?»
«Non ho ancora cominciato.»
«Andrea, lei è pericoloso.»
«E lei continua a sorridermi.»
Il treno rallentò improvvisamente.
Dopo qualche istante si fermò.
Una voce annunciò un ritardo per motivi tecnici.
Andrea guardò l'orologio.
«Il mio appuntamento dovrà aspettare.»
«Mi dispiace.»
«A me non troppo.»
«Perché?»
«Perché ho trovato una compagnia migliore del previsto.»
Mi voltai verso il finestrino, cercando di nascondere il sorriso.
Poi accadde qualcosa che non mi aspettavo.
Andrea mi domandò:
«Nika, posso chiederle una cosa personale?»
Mi irrigidii.
«Dipende.»
«Lei è felice?»
Rimasi in silenzio.
Fra tutte le domande che avrebbe potuto farmi, quella era l'ultima che immaginavo.
«Stasera sì.»
«E gli altri giorni?»
Guardai le mie mani.
«Gli altri giorni sono più complicati.»
«Perché?»
Esitai.
Poi decisi di parlare.
«Perché a volte mi sembra di vivere due vite. Una nella quale faccio quello che gli altri si aspettano da me. E un'altra nella quale vorrei soltanto essere libera.»
Andrea mi ascoltava senza interrompermi.
«E questa sera quale delle due sta vivendo?»
Sorrisi.
«Quella che mi piace di più.»
Lui annuì.
«Allora spero che domani non debba rinunciarci.»
Quelle parole mi emozionarono più del complimento sulla mia eleganza.
Il treno ripartì.
Parlammo ancora.
Di musica, di viaggi, di fotografie, di sogni lasciati troppo a lungo in un cassetto.
Quando arrivammo a Bari Centrale, provai quasi dispiacere.
Andrea prese la valigia.
Io sistemai la borsetta.
Scendemmo insieme.
La stazione era illuminata e piena di persone.
«Dove va adesso?» mi chiese.
«Pensavo di fare una passeggiata.»
«Le andrebbe un caffè?»
«A quest'ora?»
«Possiamo prendere anche qualcosa di diverso.»
Sorrisi.
«D'accordo.»
Uscimmo dalla stazione e cominciammo a camminare.
L'aria era fresca.
Andrea mi offrì il braccio.
Per un istante esitai.
Poi lo presi.
Era un gesto semplice, ma per me aveva un significato enorme.
Camminare accanto a un uomo, vestita come desideravo, senza sentirmi nascosta.
Improvvisamente il telefono vibrò.
Un messaggio da un numero sconosciuto.
Lo aprii.
«Nika, stai attenta. Non tutti gli incontri avvengono per caso.»
Mi fermai.
Andrea si voltò.
«Tutto bene?»
«Sì... credo.»
«È successo qualcosa?»
Gli mostrai il messaggio.
Il suo sorriso scomparve.
«Chi glielo ha mandato?»
«Non lo so.»
Andrea osservò il telefono.
Poi mi guardò.
«Forse è meglio fermarci un momento.»
Entrammo in un bar ancora aperto.
Ci sedemmo a un tavolino vicino alla vetrina.
Io continuavo a fissare quelle parole.
«Qualcuno sa che sono qui», dissi.
«Forse è uno scherzo.»
«Ma chi potrebbe farmelo?»
Andrea esitò.
Poi abbassò lo sguardo.
«Nika, devo dirle una cosa.»
Il cuore ricominciò a battermi forte.
«Che cosa?»
«Io l'avevo già vista.»
Rimasi immobile.
«Dove?»
«Qualche settimana fa, su una pagina Facebook.»
Lo guardai incredula.
«La pagina Nika?»
«Sì.»
«E perché non me lo ha detto subito?»
«Perché non ero sicuro che fosse lei. E quando si è presentata, non volevo metterla in imbarazzo.»
Mi appoggiai allo schienale.
«Quindi sapeva già chi ero.»
«Conoscevo soltanto il nome della pagina e alcune cose che aveva scritto.»
«Quali cose?»
«Un racconto nel quale parlava del desiderio di essere amata senza essere giudicata.»
Sentii un nodo alla gola.
Andrea continuò.
«Mi aveva colpito. Non per il suo abbigliamento, ma per la sincerità di quelle parole.»
Lo osservai in silenzio.
«E il messaggio?» domandai.
«Non ne so nulla. Glielo assicuro.»
Non sapevo che cosa pensare.
Poi il telefono vibrò nuovamente.
Un altro messaggio.
«Non aver paura. Guarda nella tasca interna della tua borsetta.»
Sentii un brivido.
Aprii lentamente la borsetta.
Nella piccola tasca laterale trovai un foglietto piegato.
Lo aprii.
C'era scritto:
«La donna più bella è quella che trova il coraggio di essere se stessa.»
Sotto, una firma.
Laura.
Rimasi senza parole.
Laura era una mia amica.
Una delle pochissime persone che conoscevano Nika e che sapevano quanto desiderassi uscire liberamente.
Prima di partire mi aveva aiutata a scegliere la camicetta.
Evidentemente aveva nascosto quel biglietto nella borsetta.
Presi il telefono e la chiamai.
Rispose quasi immediatamente.
«Allora, signorina, come sta andando la serata?»
«Laura! Mi hai fatto prendere uno spavento!»
Scoppiò a ridere.
«Perché?»
«Quei messaggi!»
«Volevo soltanto sapere se avevi trovato il biglietto.»
«Ma come sapevi che avevo incontrato qualcuno?»
«Non lo sapevo! Ti ho scritto perché immaginavo che a quest'ora saresti stata in giro a goderti la serata. Il primo messaggio era una battuta. Volevo dirti che certe sorprese arrivano quando meno te le aspetti.»
Mi portai una mano sulla fronte.
«Laura, sei tremenda!»
«E tu sei felice?»
Guardai Andrea.
Lui mi sorrise.
«Sì», risposi sottovoce. «Molto.»
«Allora divertiti, Nika. Te lo meriti.»
Chiusi la telefonata.
Andrea mi guardò incuriosito.
«Mistero risolto?»
«Sì. Una mia amica con troppo senso dell'umorismo.»
Ridemmo.
La tensione svanì lentamente.
Ordinammo qualcosa da bere e continuammo a parlare.
Andrea mi raccontò che il suo appuntamento era stato rimandato alla mattina successiva.
«Quindi deve fermarsi a Bari?» domandai.
«Sì. Ho prenotato una camera.»
Non risposi immediatamente.
Lui se ne accorse.
«Nika, non voglio che fraintenda. Non le sto proponendo nulla.»
Sorrisi.
«Non avevo pensato niente.»
«Davvero?»
«Forse qualcosa.»
Scoppiammo a ridere.
La serata proseguì tra le vie illuminate della città.
Camminammo lentamente, fermandoci davanti alle vetrine e raccontandoci piccoli episodi della nostra vita.
A un certo punto Andrea mi prese delicatamente la mano.
Mi voltai.
«Posso?» domandò.
Guardai le nostre mani.
«Ormai l'ha già fatto.»
«Posso lasciarla.»
Strinsi leggermente le sue dita.
«Non ho detto questo.»
Continuammo a camminare mano nella mano.
Non ricordavo da quanto tempo non mi sentissi così serena.
Verso mezzanotte arrivammo davanti al suo albergo.
Andrea si fermò.
«È qui che alloggio.»
«Un bell'albergo.»
«Sì. Ma questa sera la cosa più bella è stata la compagnia.»
Abbassai gli occhi.
«Anche per me.»
Rimanemmo in silenzio.
Poi Andrea si avvicinò appena.
«Nika, posso darle un bacio?»
Sentii il cuore fermarsi per un istante.
Lo guardai negli occhi.
«Sì.»
Fu un bacio dolce.
Senza fretta.
Un bacio che non pretendeva niente.
Quando ci allontanammo, Andrea mi accarezzò delicatamente una guancia.
«Sei bellissima», sussurrò.
Era la prima volta che mi dava del tu.
E mi piacque.
«Anche tu non sei male», risposi cercando di scherzare.
Rise.
Poi mi domandò:
«Ti va di salire un momento? Possiamo continuare a parlare. Ma soltanto se lo desideri.»
Lo osservai.
Avrei potuto dire di no.
E lui avrebbe rispettato la mia decisione.
Fu proprio quella consapevolezza a farmi sentire tranquilla.
«Va bene», risposi. «Ma niente scherzi.»
«Promesso.»
Salimmo.
La camera era elegante, con una grande finestra affacciata sulle luci della città.
Andrea appoggiò la valigia e accese una lampada.
Io mi avvicinai alla finestra.
Bari sembrava diversa vista da lassù.
Le strade illuminate, qualche automobile, le finestre ancora accese.
Andrea rimase a qualche passo da me.
«Posso chiederti una cosa?»
«Ancora domande?»
«L'ultima.»
«Sentiamo.»
«Hai paura di me?»
Mi voltai.
«No.»
«Allora perché sembri così emozionata?»
Sorrisi.
«Perché non sono abituata a vivere momenti come questo.»
Andrea si avvicinò lentamente.
«Non dobbiamo fare niente che tu non voglia.»
Quelle parole mi tranquillizzarono.
Mi voltai verso di lui.
«Andrea, posso dirti una cosa?»
«Certo.»
«Questa sera avevo paura perfino di salire su quel treno.»
«E adesso?»
«Adesso ho paura che finisca troppo presto.»
Lui sorrise.
Mi prese tra le braccia.
Appoggiai la testa sulla sua spalla.
Rimanemmo così per qualche minuto.
Sentivo il suo respiro tranquillo e il calore delle sue mani sulla mia schiena.
Poi sollevai il viso.
Ci baciammo ancora.
Questa volta più a lungo.
Fu un bacio pieno di quella passione che nasce quando due persone smettono di preoccuparsi del tempo.
Andrea mi sfiorò i capelli.
«Sei felice, Nika?»
«Sì.»
«Allora questa serata è già perfetta.»
Ci sedemmo sul bordo del letto, continuando a parlare.
Gli raccontai delle mie paure, delle volte in cui avevo rinunciato a uscire, dei vestiti rimasti nell'armadio e delle serate trascorse a immaginare una vita diversa.
Andrea mi ascoltava.
Ogni tanto mi stringeva la mano.
«Sai qual è la cosa che mi colpisce di te?» disse.
«La gonna?»
Rise.
«No. Il fatto che hai tanto coraggio e ancora non te ne rendi conto.»
Mi commossi.
Cercai di nasconderlo, ma una lacrima mi scese sulla guancia.
Andrea la asciugò delicatamente.
«Ehi, che succede?»
«Niente. Sono soltanto felice.»
Mi abbracciò.
Quella notte ci concedemmo il tempo di conoscerci ancora, tra confidenze, tenerezza e baci.
Non avevo bisogno di dimostrare nulla.
Non dovevo interpretare una parte.
Ero Nika.
Una donna emozionata, con il rossetto ormai un po' sbiadito, i capelli spettinati e un sorriso che non riusciva a spegnersi.
A un certo punto guardai l'orologio.
Erano quasi le due.
«Devo tornare a casa», dissi.
Andrea annuì.
«Ti accompagno.»
«Non devi.»
«Lo so. Ma mi farebbe piacere.»
Prima di uscire andai in bagno a sistemarmi.
Mi guardai allo specchio.
Il trucco non era più perfetto.
La camicetta aveva qualche piega.
Mi sistemai i capelli e sorrisi.
Ripensai al piccolo bagno del treno, a quando mi ero guardata allo specchio chiedendomi che cosa stessi combinando.
Sembrava passato un secolo.
Andrea bussò delicatamente alla porta.
«Tutto bene, Nika?»
«Sì. Arrivo.»
Prima di uscire osservai ancora una volta il mio riflesso.
«Brava, Nika», sussurrai. «Stasera hai vissuto.»
Quando aprii la porta, Andrea era lì ad aspettarmi.
Mi porse il cappotto.
«Pronta?»
«Prontissima.»
Uscimmo dall'albergo e raggiungemmo la sua automobile, parcheggiata poco distante.
Durante il viaggio verso casa parlammo poco.
Non perché non avessimo più niente da dirci.
Ma perché certi silenzi, quando sono condivisi con la persona giusta, diventano una forma bellissima di compagnia.
Quando arrivammo, Andrea fermò l'auto.
«Posso rivederti?» mi chiese.
Lo guardai.
«Lo desideri davvero?»
«Sì.»
«Anche quando non sarò vestita così?»
Andrea sorrise.
«Nika, io voglio conoscere la persona che mi ha fatto perdere la cognizione del tempo su un treno.»
Sentii gli occhi riempirsi di lacrime.
Mi avvicinai e lo baciai.
«Allora chiamami.»
«Domani?»
«Anche prima.»
Rise.
«Buonanotte, Nika.»
«Buonanotte, Andrea.»
Scesi dall'automobile e raggiunsi il portone.
Prima di entrare mi voltai.
Era ancora lì.
Mi salutò con la mano.
Ricambiai.
Poi entrai in casa.
Mi tolsi lentamente le scarpe, appoggiai la borsetta e mi sedetti davanti allo specchio.
Guardai quella donna che poche ore prima aveva avuto paura perfino di attraversare una stazione.
Adesso aveva negli occhi una luce diversa.
Il telefono vibrò.
Un messaggio di Andrea.
«Sono già geloso del prossimo treno che prenderai senza di me. Buonanotte, bellissima Nika.»
Scoppiai a ridere.
Gli risposi:
«Allora la prossima volta compra due biglietti.»
Spensi il telefono e rimasi ancora qualche minuto a guardarmi.
Quella sera avevo imparato qualcosa.
Non tutti gli uomini cercano un'avventura.
Non tutti gli sguardi nascondono un giudizio.
Non tutti gli incontri finiscono quando il treno arriva a destinazione.
A volte basta trovare il coraggio di uscire di casa per scoprire che la vita può regalarci qualcosa di inaspettato.
E pensare che tutto era cominciato con una gonna nera, un paio di tacchi, un piccolo bagno ferroviario e uno sconosciuto che mi aveva restituito un portafoglio.
Quella sera non avevo soltanto incontrato Andrea.
Avevo incontrato una parte di me che, per troppo tempo, aveva aspettato il permesso di essere felice.
E finalmente avevo capito che quel permesso potevo darmelo da sola.
NIKA – Storie · Emozioni · Vita
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